Il segreto delle mille e una vita di Riesi dall’anima ribelle

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credit Daniele Rosapinta

SICILIA DELLE MERAVIGLIE Ci sono viaggi che non sono tappe di un tour per visitare castelli e monumenti, ma “fermate” in terre poco conosciute, alla scoperta di un modo di vivere e sentire diverso da tutti gli altri. Per raccontare di Riesi, un paesino nel cuore del nisseno a Sud dei monti Erei, bisogna andare indietro nel tempo, ascoltando la sua storia e poi guardando. A partire da quella più antica e poco conosciuta, che ci riporta al III-II millennio a.C., quando fu abitata da siculi e sicani e a quando più tardi si piegò alla razzie dei briganti. E ancora a quando visse il suo periodo più fecondo di borgo contadino. Arrivando alla narrazione più recente, quando la borgata era appena un villaggio al servizio dei solfatari che lavorarono nella vicina miniera di zolfo Trabia Tallarita, trasformata oggi in un importante polo museale per ricordarci il mondo e l’amara vita di Rosso Malpelo di Verga e di Ciàula, il caruso di Pirandello. Lo stesso mondo che ancora sale e scende tra le colline isolate della valle del Salso dell’entroterra siciliano, usato e abbandonato più di una volta, ma risorto sempre grazie alla tenacia della sua gente, dall’anima silente e riottosa. Già, perché i Rijesini non si sono mai arresi all’incuria o alle prepotenze. Stoicamente ribelli si fecero trovare sempre pronti a tutte le rivolte: dai moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, per inseguire gli ideali del risorgimento, all’insurrezione dei Fasci del 1893 per ottenere migliori condizioni di lavoro; dalla ribellione del 1914, quando un gruppo di fanatici Rijesini per un paio di giorni riuscì a proclamare la “Repubblica di Riesi”, alla vicenda più triste del 1919, quando morirono dodici contadini nel tentativo di occupare le terre dei latifondi.

La Riesi di oggi è il ritratto del travaglio di ieri e delle sue tante vite. Tra leggende, uomini e realtà, il rimando continua ad essere alla sua storia meno conosciuta, ai luoghi silenti di secoli fa, quando viveva come nascosta in mezzo ai monti Erei. Dove tutti passavano perché era il corridoio naturale e generoso che offriva il legno dei suoi boschi, il grano delle sue terre e campi da coltivare a chiunque ne avesse voglia. Ma alla fine sempre abbandonata, da locandieri e contadini, diventando solo una tappa tra gli Erei per trasportare frumento, olio, legno e vino, da Enna fino al porto di Licata, passando da Barrafranca e Ravanusa. Si cambiavano i cavalli, si mangiava e si ripartiva. E quando non ci fu più niente da rubare diventò così povera che gli arabi tra l’800 e il 1000 la chiamarono Raculmet (casale abbandonato), ovvero Riesi.
Alcuni storiografi riportano che dal 1296 al 1500 rimase un piccolo borgo di agricoltori, per lo più stagionali e che passò di mano in mano, dagli Aragona alle famiglie Moac e Ventimiglia. Quando i coloni se ne andarono, lasciarono il villaggio disabitato e alla mercè dei briganti. Finché arrivò Altariva che, avendo ottenuto la licentia, tentò di ripopolarla nel 1647 nell’attuale quartiere Spatazza, dove uno sparuto gruppo di Rijesini misero su alcuni pagliara, ai piedi del monte Veronica (dal nome della donna, divenuta divinità, che asciugò il volto di Gesù con il sudario dove rimase impresso il Volto). Ma il tentativo fallì e il paese si spopolò di nuovo.
La sua storia ufficiale iniziò comunque il 13 agosto del 1647 con l’attuale toponimo, che cambiò in Altariva dopo la morte del suo fondatore e che mantenne fino al 1700, anno in cui una volta e per tutte tornò a chiamarsi Riesi. Il paese cominciò a rialzarsi però solo un secolo dopo, intorno al 1730, con la prima rudimentale attività estrattiva delle solfatare Trabia Tallarita. Quasi un secolo dopo, nel 1823, si estraevano già, ogni giorno, tonnellate di roccia zolfiera. Arrivarono lavoratori da tutta l’isola e fu costruito un villaggio, per 300 dipendenti e le loro famiglie, e tutto quello che serviva: la stazione dei carabinieri, l’ufficio postale, una cappella e uno spaccio.
Ma nel 1957 accadde una tragedia, un’esplosione di grisou fece franare un pozzo e molti solfatari persero la vita. La miniera chiuse i battenti nel 1975 assieme a tutti gli altri giacimenti siciliani e Riesi tornò ad essere un paese fantasma.

Finita la stagione zolfara restano “i segreti” dell’ultima rinascita della Riesi di oggi, rifiorita ancora una volta grazie alla caparbietà e alla laboriosità della sua gente che, sui tormenti legati alla miniera, alla povertà e sull’antica vocazione delle sue terre alla viticoltura, ha saputo costruire il suo presente e il suo futuro. A partire dalla “Piana” del paese, impiantata a filari “rosso ciliegio”, che produce vini Nero d’Avola tra i più eleganti dell’isola. Continuando con il villaggio Monte degli Ulivi, uno degli esempi più interessanti e articolati dell’architettura italiana contemporanea, realizzato negli anni Sessanta dalla comunità valdese per volere del pastore Tullio Vinay, che decise di dare concretezza al messaggio cristiano in uno dei paesi più depressi d’Italia. Dalle sue ricerche dell’epoca risultò Riesi. Così acquistò un terreno collinare immerso negli ulivi, a pochi passi dalla borgata, vi fece costruire un villaggio dall’architetto Leonardo Ricci e vi fondò una comunità per accompagnare gli abitanti del luogo verso un cambiamento reale.
Il villaggio, che oggi conta di un asilo, una scuola elementare, una casa comunitaria, una scuola-officina, oltre alle residenze e la direzione, è stato definito, nella dichiarazione di interesse culturale, un’opera basata su una “singolarità del linguaggio figurativo di ispirazione informale” che realizza un sapiente rapporto con la natura e il paesaggio”. E tale è. Il complesso, che ha avuto un peso significativo nello sviluppo delle condizioni sociali ed economiche del territorio, si autofinanzia grazie alle donazioni e all’attività di volontariato di giovani che arrivano da tutta Europa per insegnare o collaborare alle attività di manutenzione.
Una nuova vita per Riesi, suggellata nel 2000 con un’intervento di recupero della memoria nei seimila metri quadrati della miniera Trabia Tallarita. Acquistata dalla Regione, tutta l’area si è trasformata in un grande parco di archeologia industriale, capace di far rivivere un passato che ha avuto un ruolo centrale non solo nella vita di tanti solfatari e nella rinascita di Riesi, ma anche nella letteratura siciliana, da Pirandello a Sciascia. Particolarmente suggestivi sono i resti delle infrastrutture di lavorazione, la lunga catena dei forni Gill e i macchinari originali ancora ben conservati. Ma anche, l’esposizione di iconografie, il museo multimediale e le istallazioni di artisti contemporanei, che raccontano la vita degli uomini e dei tanti carusi (ragazzi) che lavorarono semi nudi per le alte temperature a decine di metri di profondità.

di Stefania Sgarlata